lunedì 30 maggio 2016

Per non guardarsi indietro.

 Negli ultimi giorni, sto cercando disperatamente la concentrazione per poter frazionare in quattro perfette parti i cassetti della mia mente per disporci in modo ordinato tutte le informazioni diverse delle quattro materie d' esame che mi restano. Dico, mi restano perchè difatti sono gli ultimi esami della mia carriera universitaria. E pensare che due anni fa, quando concludevo la mia triennale in Editoria e Giornalismo credevo fermamente che fossero quelli "gli ultimi esami della mia vita". Ebbene mi sbagliavo, visto che dopo un anno dalla Laurea Triennale il mio testone capelluto ha fatto capolino nuovamente nel dipartimento di lingue e letterature. Adesso si chiamano dipartimenti, prima era la facoltà di Lettere e Filosofia, semplicemente. Non cambia nulla. Ero felice come il primo giorno da Matricola. Ero felice perchè ero nel mio spazio. Uno spazio non solo fisico, ma un tempo eterno. Io trovo soltanto nella mia passione per lo studio e la scrittura la fissità e la quiete dell' immobilità.
Se il caos, partorisce una stella che danza, scrive Nietzsche, saprò anch' io convogliare la mia Energia? Saprò trovare la mia strada?

Il futuro spaventa. Spaventa tutti a tal punto che sembra naturale il gesto di voltarsi indietro, ma è questo che davvero vogliamo per noi? Vivere di "cosa sarebbe successo se..."? Agire non è affatto facile quando si è bloccati dalla paura. So che la razionalità è l' opposto della paura, quindi per difendersi da codesto meccanismo che provoca l' auto-sabotaggio della nostra realizzazione che fare?

L' atteggiamento dello stoico, forse è alquanto inattuale come definizione ai giorni nostri, ma è la sola via di uscita alle incombenze della paura che ci blocca, che non ci fa progredire, che ci impedisce di realizzarci.

Tutti i periodi di crisi, sono periodi in cui avviene la rottura degli equilibri. Già questa frase può indurci a pensare che il raggiungimento dell' equilibrio è possibile altrimenti come potrebbe rompersi? Come potrebbe rompersi qualcosa che non è, che non è stato?

Forte di un' evidenza non banalissima quando si è in crisi possiamo distaccarci emotivamente dalle cose e aspettare e superare l' effetto del tempo sulle emozioni. Altro fattore che trovo curioso. La costante del tempo come elemento , o comune denominatore della relatività delle cose. Relatività, in cui credo fermamente.

Attendere, concetto che mi è già successo di trattare in altri saggi, mi appartiene. Con gli anni sono giunta alla conclusione che io so aspettare, e più precisamente so aspettare senza fare altro.
In che senso? Aspettare senza costrizioni, libera di costruire con il mio faticoso sacrificio, un sogno. Magari blando, magari universale. Forse insignificante o macroscopico.
Per non guardarsi indietro.

Ho aspettato per realizzare tanti sogni, alcuni li ho afferrati ed è stata GIOIA PURA.

Grazia Barnaba.


Questa sera vorrei fare una domanda (forse non solo una :D )
a coloro che leggeranno questo mio saggio. Cosa ne pensate? Avete l' abitudine di prefissare degli obiettivi a breve o lungo termine? Vi piace aspettare? Che rapporto avete con l' attesa? Guardate spesso al passato? Scrivete, scrivete, scrivete.

Virginia Woolf.


"Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?"
Una stanza tutta per sè.

 "Cos'altro posso fare per incoraggiarvi a far fronte alla vita? Ragazze, dovrei dirvi - e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione - che a mio parere siete vergognosamente ignoranti. Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara. Come vi giustificate? È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell'industria, nel commercio, nell'amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all'età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo. C'è del vero in quel che dite - non lo nego. Ma nello stesso tempo devo ricordarvi che fin dal 1866 esistevano in Inghilterra almeno due colleges femminili; che, a partire dal 1880, una donna sposata poteva, per legge, possedere i propri beni; e nel 1919 - cioè più di nove anni fa - le è stato concesso il voto? Devo anche ricordarvi che da ben dieci anni vi è stato aperto l'accesso a quasi tutte le professioni? Se riflettete su questi immensi privilegi e sul lungo tempo in cui sono stati goduti, e sul fatto che in questo momento devono esserci quasi duemila donne in grado di guadagnare più di cinquecento sterline l'anno, in un modo o nell'altro, ammetterete che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro non regge più. Inoltre gli economisti ci dicono che la signora Seton ha avuto troppi figli. Naturalmente dovete continuare a far figli, ma, così dicono, solo due o tre a testa, non dieci o dodici. (2011, p. 151)

sabato 28 maggio 2016

Bari alle tredici.

16 OTTOBRE 2014


I libri nuovi sono stati presi. Per l' esame, okay, ci sono: ho quello che mi serve.Il quaderno, i soldi, il cellulare, le cuffie. E' tutto al proprio posto. La borsa a tracolla si posa sul mio fianco ed io intraprendo la strada.
Camminando, incrocio distrattamente il mio sguardo con un paio di lancette dorate di in un grosso orologio portato al polso da un passante: sono le tredici in punto. E Bari si riversa tutta nelle strade.
Ogni cosa è colorata e ovunque l' aria è densa di rumori, di odori che scandiscono un tempo diverso. Si percepisce null' altro se non l' inarrestabile fragranza della vita che scoppia e prende forma in una giornata qualsiasi, di un osservatore qualsiasi intento a marciare come tanti altri soldatini nel marasma della confusione. E mi accorgo che forse, troppo spesso, per andare in contro al tempo che è sempre molto poco, cammino veloce e perdo la meraviglia.
Tutti i bambini escono da scuola e mano nella mano con i propri cari tornano a casa raccontando loro la magnifica giornata. La bimba con il proprio nonno, i gemelli col papà, l' adolescente con la mamma in carriera, troppo distratta dal cellulare per ascoltare il figlio o fare con lui conversazione.Mi fermo al semaforo anche se quest' ultimo è verde, perchè dò precedenza a padre e figlia che sulla bici con zaino e borse della spesa faticano per tornare a casa.
Business men fermi ovunque in pausa pranzo e poi una coppia di ragazzini incollati l'uno all' altra per salutarsi davanti ad un autobus pronto a ripartire. E infine arriva anche per me il pugno nello stomaco, la realtà che interrompe la poesia...Guardo verso terra e c'è in strada un signore anziano, molto anziano con i capelli di zucchero filato e le guance scarne e il sorriso vero: mangiava per terra, mangiava con gioia: era felice. Molto più felice della mamma in carriera al cellulare, del figlio e del padre colmi di buste per la spesa. Il suo sguardo era fieramente contento! Ed io mi sono bloccata, la saliva si è azzerata. Mi sono fermata: troppo bello il suo sorriso...e lui mi ha risposto grazie! E di cosa poi? Ho dato a lui la bottiglietta d' acqua e la mela che avevo nella borsa, sì la borsa è quella tracolla posata sul mio fianco e sono scappata via.
Improvvisamente le strade sono deserte, il silenzio è imbarazzante. Nessuno appare , non si sente più nulla. Guardo l' orologio : 14.30.
Riprendo a respirare, è ora di rientrare anche. Tornerò a trovarti.


Grazia Barnaba.

venerdì 27 maggio 2016

LOVE YOURSELF.

LOVE YOURSELF. Ho deciso che sarà questo il sintagma che mi ripeterò ogni qual volta qualcosa andrà storto e io mi incupirò senza lottare.

LOVE YOURSELF. Quello che mi ripeterò, insieme alla volontà di non guardarmi indietro, di non piangere sul latte versato. Che il passato non ci serve e che alle volte basta solo guardare oltre. 

LOVE YOURSELF. Che la potenza dell' amore in generale ci fa volare alto, ma dedicarsi all' altro non vuol dire annullare noi stessi. 

Basta davvero poco, perchè quando pensiamo che tutto vada male, che non riusciamo a realizzare niente, indipendentemente dall' ambito (lavoro amore casa amicizia) in cui questo accade; non dobbiamo dimenticare che potremo perdere tutto, tranne noi stesse.

Grazia Barnaba.

"perchè ho perso tutto, tranne me stessa" 
Michela Marzano.

IL VASO DI PANDORA.


Il film che ha lanciato Louise Brooks, vera icona degli Anni Venti, in tutto il mondo.


Il vaso di Pandora (Die Büchse der Pandora), anche conosciuto con il titolo Lulu - Il vaso di Pandora, è un film tedesco del 1929 diretto da Georg Wilhelm Pabst ed interpretato da Louise Brooks. Il ritratto dato dalla Brooks di una giovane donna seducente e disinibita, dalla sfrenata sessualità e dall'irresistibile malizia, che inesorabilmente portano alla rovina gli uomini che di lei si innamorano, rese l'attrice una vera star.

Mr. Pabst mi disse che la storia di Lulù era la mia storia. Ed io me ne stavo lì seduta a guardarlo. Ed era cosi vicino alla verità che ora, ripensandoci, rabbrividisco un po'. »
(Louise Brooks)


TRAMA

1888, Lulù (una ex fioraia) vuole fare carriera nel mondo del varietà, e per questo ha come amante il Dr. Schön. Tuttavia costui, venuto a conoscenza delle sue numerose relazioni, la lascia per sposare un'altra. Il figlio di Schön, Alwa, innamorato di Lulù, la scrittura per uno spettacolo; durante la prima il Dr. Schön viene sorpreso dalla fidanzata tra le braccia di Lulù, e per questo deciderà di sposare quest'ultima.

Durante la festa di matrimonio, tuttavia, Schön, ingelosito dalla presenza del vecchio Schilgoch (che Lulù dichiara essere suo padre) nella camera da letto nuziale, afferra la pistola e, nella disputa che ne seguirà con la moglie, verrà da questi accidentalmente ucciso. Al processo Lulù sarà ritenuta colpevole, ma Alwa - in combutta con la contessa Anna Geschwitz, anche lei attratta da Lulù - fa in modo di creare un diversivo e fugge con quest'ultima.


In treno i due vengono però riconosciuti e ricattati dal marchese Casti-Piani, che li conduce in una bisca clandestina su di una imbarcazione in Francia, tenendoli in ostaggio con la minaccia di consegnarli alla polizia. Casti-Piani vuole vendere Lulù ad un turco, fatto che spinge Alwa, Schilgoch e Lulù a fuggire nuovamente, rifugiandosi a Londra. Ormai ridotta in miseria. Lulù decide di prostituirsi per poter sfamare sé e gli amici, ma qui finirà vittima di Jack lo squartatore.

Goffredo Parise


« La differenza d' età per me non conta nulla. Per me sei un coetaneo (...) »
Lo diceva con la tipica irruenza e intransigenza dei giovani, che per capire cosa significa la differenza d' età, cioè un' esperienza, devono provare l' esperienza appunto con l' età. Le spiegavo anche questo. Ma non serviva a nulla: caparbiamente, la ragazza, pure dicendo che io ero suo coetaneo, che mai una volta aveva avvertito in me la differenza d' età, lo stesso, varie volte diceva, più a se stessa che a me: "dobbiamo lasciarci (...)".

 «Ecco perchè sono sempre così infelice: perchè mi sento sola, e non in compagnia come vorrei. »
« E' la differenza d' età » rispondevo tristemente. E tristemente lei accondiscendeva, annuiva , capiva ma. e si vedeva, si sentiva sola e infelice. Tuttavia lei mi amava e il suo amore era di quelli, appunto, tra giovani e vecchi, un autentico plagio. Lei aveva plagiato me, per breve tempo, con la sua gioventù, cioè con la sua inesperienza, io avevo plagiato lei , per molto più tempo, bisogna pur dirlo, per la mia vecchiaia, cioè per la mia esperienza.




« L' odore del sangue fu scritto nell' estate del 1979. Goffredo Parise aveva appena avuto un' infarto e aveva cinquant' anni. L' ossessione del sangue (d cui la scelta del titolo), nel cui odore dolciastro e nauseabondo Parise riconosceva l' origine della vita, la traccia crudele, e appunto sanguinosa, che lasciano al loro passaggio la gioventù e la passione di vivere.
Come attesta il dattiloscritto originale, l' odore del sangue è stato scritto di getto. Non esistono correzioni o varianti che siano il frutto di ritocchi a distanza . Il processo correttorio coincide con la battitura. »
Giocomo Magrini

giovedì 26 maggio 2016

Marcel Proust.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO.



Memoria volontaria e involontaria.

La scena della madeleine. Siamo alle prese con la memoria involontaria che fa riemergere «un mondo intero da una tazza di te». Perché casualmente il Narratore accetta una tazza di te dalla madre e «vi intinge uno di quei dolci corti e paffuti, a forma di conchiglia, chiamati petite madeleines» (Raboni).
Nella nota all'edizione Mondadori, Alberto Beretta Anguissola, ricorda come Gérard Genette abbia evidenziato in Figures III come «i meccanismi della memoria e del racconto siano in Proust attivati dalla collaborazione dei nessi di anaolgia (che si esprimono attraverso metafore) e di contiguità (metonimie). Questo secondo tipo di associazioni non è meno importante del primo: solo grazie ad esse da una tazza di tè può rinascere un'intera città e può così mettersi in moto il romanzo».

-- Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me.--

In questa sezione è presente uno degli episodi più famosi del libro, quello in cui il protagonista, dopo aver imbevuto nel tè una madeleine, ricorda come egli era solito mangiarne da piccolo la domenica mattina prima della messa. È stato proprio durante la celebre scena della madeleine che l'eroe, in un periodo molto più tardo rispetto alla narrazione principale di "Combray", che vivrà la sua prima esperienza di memoria involontaria (le altre seguiranno ne Il tempo ritrovato).

Appena riconosciuto il sapore del pezzo di madeleine imbevuto nel tè caldo che una volta, molti anni addietro, era d'uso preparargli sempre la zia quando si trovavano a Combray, intere sezioni di memoria cominciano a venire a galla "proprio come nel giuoco in cui i giapponesi si divertono a mettere in ammollo in una ciotola di porcellana piena d'acqua piccoli pezzi di carta i quali, fino ad allora rimasti indistinti, cominciano a prender forma diventando fiori, case, personaggi coerenti e riconoscibili".


L'autore si dedica poi alla storia della vita della famiglia del Narratore, della sua servitù e dell'intera popolazione di Combray, con la conseguente pittura di personaggi umoristici (lo snobismo dell'ingegnere Legrandin, la crudeltà di Françoise nei confronti della giovane sguattera delle cucine ecc.)

Il RIMEDIO

Chiudo gli occhi
mi muovo nell' oscurità
cercando di non farmi male,
attenta quà, attenta là
e arduo da evitare

chiudo gli occhi
ad una stazione della vita
quando si ogni speranza mi ero spogliata
quando tutto pareva una ripida salita
e lì che sfiorandomi il ventre mi hai s-fiorata

Chiudo gli occhi
immaginando la notte di averti accanto
e in quel tuo abbraccio sprofondare
consolata dolcemente nel mio pianto
da colui che mi insegnò ad amare

Apro gli occhi
e lì vedo i tuoi
come erba al mattino
gli intensi sguardi
come litio in equazione

Vedo i profondi sorrisi
come magico incanto
e sento le tue mani elettriche
come mare in tempesta

e quel cuore palpitante come mina in guerra
si anima alla vista di chi si ama.

Antonella Branio

LA NOTTE.

FILM DEL 1961, diretto e scritto dal grande Michelangelo Antonioni.
Riporto qui la parte finale del film, quando Lidia rilegge a suo marito una lettera che egli stesso le scrisse anni fa. Ma ormai tutto è perduto. Quel : "è troppo tardi" sigillerà per sempre la fine di un amore, la fine già contratta di un matrimonio.





"Stamane tu dormivi ancora quando mi sono svegliato.
A poco a poco uscendo dal sonno, ho sentito il tuo respiro leggero e attraverso i capelli che ti nascondevano il viso ho visto i tuoi occhi chiusi.
Ho sentito la commozione che mi saliva dalla gola e avevo voglia di gridare e svegliarti perché la tua stanchezza era troppo profonda e mortale.
Nella penombra la pelle della tue braccia e della tua gola era viva e io la sentivo tiepida e asciutta: volevo passarvi sopra le labbra ma il pensiero di poter turbare il tuo sonno e di averti ancora sveglia fra le mia braccia mi tratteneva.
Preferivo averti così come una cosa che nessuno poteva togliermi perché ero il solo a possederla, una tua immagine per sempre.
Oltre il tuo volto vedevo qualcosa di più puro, di più profondo in cui mi specchiavo: vedevo te in una dimensione che comprendeva tutto il mio tempo da vivere, tutti gli anni futuri e tutti quelli che ho vissuto prima di conoscerti, ma già preparato a incontrarti.
Questo era il piccolo miracolo di un risveglio: sentire per la prima volta che mi appartenevi non solo in quel momento e che la notte si prolungava per sempre accanto a te, nel caldo del tuo sangue, dei tuoi pensieri, della tua volontà che si confondeva con la mai.
Per un attimo ho capito quanto ti amavo, Lidia; è stata una sensazione così intensa che ne ho avuto gli occhi pieni di lacrime: era perché pensavo che questo non dovrebbe mai finire, che tutta la nostra vita doveva essere come il risveglio di stamane.
Sentirti non mia, ma addirittura parte di me, una cosa che respira e che niente potrà distruggere se non la torbida indifferenza di un’abitudine, che vedo come l’unica minaccia.

E poi ti sei svegliata e sorridendo ancora nel sonno mi hai baciato e ho sentito che non dovevo temere niente, che noi saremo sempre come in quel momento: uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine.

martedì 24 maggio 2016

Esporsi o non esporsi?

Quesito.

La preparazione per la sessione estiva degli esami universitari si fa sentire. Sono quattro esami. Solo quattro esami. Gli ultimi, si spera, della mia carriera universitaria a Bari. In questi giorni ho notato sul web che molti youtuber stanno pubblicando dei "libri".  Ci si improvvisa scrittori per esigenze di mercato. si reinventa tutto quello che vende. L' ultima è questa carinissima ragazza diciottenne Sofia Viscardi che su youtube ha cominciato qualche anno fa e oggi ha pubblicato il suo primo romanzo.

Ho riflettuto abbastanza sulla questione perchè se scrivere è quello che voglio fare, guardarmi intorno urge. Io non farò questo. Non mi posso inventare scrittrice perchè adesso fa figo. Io sento la mia vocazione, sì proprio in termini religiosi. Scrivere è respirare, per me. é necessario, è fondamentale per la mia esistenza. Scrivere è avere molto da dire.
D' altra parte i libri, o meglio i veri libri, nascono così. Non è l' autore a inventarsi o a inventare il testo, ma è il racconto stesso che si impossessa dello scrittore per poter avere forma e vita.
Ora, vorrei solo capire:  esporsi è davvero la chiave? Potrei cimentarmi su you tube?
 La forza di questi nuovi protagonisti del web sta nell' incoscienza e nell' egocentrismo dell' età che hanno? Forse dovrei imparare questo da loro: l' incoscienza di buttarsi a capofitto in qualcosa in cui si crede, a costo di sbagliare, a costo di farsi male. Sto meditando sulla questione al momento, ma sono troppo impegnata con i manuali per avallarmi sulle strategie dell' apparenza. Va bene, sono una "blogger" in un certo senso, ma non abbandonerò mai il mio modo di scrivere solo perchè non fa tendenza. Ma la questione video mi interessa molto, a causa della mia indole alquanto teatrale. Ho una doppia personalità, da brava Gemelli. Una più introversa e intimista e l' altra social e protagonista (va' che ho fatto anche la rima!) Scrivo per me. Che piaccia oppure no. Scrivo per essere la persona che sono, per creare mondi e per essere libera di esistere. Non ho molti riscontri nei commenti da chi mi legge, vorrei sapere tanto il perchè.
Allora ditemi lettori in incognito, se ci siete fatevi sentire!Secondo voi aprire un canale youtube aiuta?
A presto.
Grazia B.

Bisogna osare.


Luglio 2012.
È davvero incredibile, quanto possa risultare noiosa la vita in una piccola provincia dimenticata da Dio nell'estremo sud. Qualsiasi azione si addensa nella monotonia delle giornate che procedono alla moviola tutte uguali in un moto statico....
Non è vivere questo....è una resistenza. Resistere diventa l'imperativo categorico che colora le tue giornate: per poter andare avanti, per cercare di evadere, continuando ad immaginare l'immensità del mondo che ancora non conosciamo. Io sono grata alla mia immaginazione che mi permette di continuare a "resistere" in questo luogo che giorno dopo giorno diventa sempre più stretto e comincia a strozzare gli impeti delle menti più' produttive.
Oggi passeggiavo lungo la spiaggia immersa nelle bellezze di un paesaggio mozzafiato che mi regalava l'immagine di un tramonto rosso come il magma ricco di sfumature degno del miglior artista ispirato dalla giusta musa....Mi son chiesta quanto sarà dura abbandonare i luoghi magici del mio paesino una volta che avrò intrapreso la mia avventura nella vita vera, nel mondo del lavoro, che per forza di cose mi porterà lontana da tutto questo.Spesso è dura riconoscere di essere impotenti dinanzi ad una situazione che nn si può gestire, ma la Verità è questa:
per emanciparsi bisogna recidere- meglio se violentemente- il cordone ombelicale, per poter crescere ,per poter permetterci di farlo perchè molte volte siamo noi stessi che ci precludiamo la possibilità di poter crescere e ciò accade quando, arroccandoci dietro mille scuse, mille problemi e difficoltà ci costruiamo solidi alibi, SCUSE per non dover affrontare la responsabilità di diventare adulti, ma così si resta nel limbo. Che gusto c'è nel fare della propria vita una NON SCELTA, una NON AZIONE? Si è inetti, si è solo spettatori della vita altrui delle scelte degli altri, della vita degli altri, degli errori degli altri; e poi si rimane con in mano un pugno di polvere e spesso quando ce ne si rende conto tutto è vano perchè è già troppo tardi.
Quando sono tornata a casa dalla mia passeggiata solitaria ho pensato che quando sarò grande non vorrò avere nessun rimorso. Non voglio essere una che ha voluto non volere, la noluntas, come scriverebbe Nietzsche, ma voglio buttare fuori la mia forza creatrice.Voglio rischiare perchè altrimenti morirei lentamente.
Un mio vecchio amico, che non vedevo da un po', il classico eterno Peter pan, mi ha lanciato un' occhiata da cui ho potuto capir tutto. Aveva il tipico sguardo di chi ormai ha perso il motivo per cui svegliarsi la mattina. Da poco la notizia mi era giunta da altre fonti: Nola, la ragazza che lui amava da sempre, ma che non aveva mai avuto il coraggio di seguire per paura dell'ignoto, si era sposata e innamorata di un'altro uomo, Giacomo, uno di quelli che ti danno la sicurezza economica, che bevono il caffè con in mano il giornale e che ti riempiono di attenzioni solo per un obbligo morale dettato da una tradizione maschilista che ha elevato il gentiluomo all'artista, che ha trasformato un uomo appassionato in un uomo educato. Il mio amico Paul adesso non se ne fa una ragione e gira come uno spettro nella noiosa cittadina di provincia dove non accade mai nulla; con lo sguardo di uno spettro,quello spettro che ogni giorno gli ricorda che per non tentare un insuccesso, ha dovuto accontentarsi di "resistere" chissà per quanto, forse finché avrà vita, o speranza.
Grazia Barnaba.

venerdì 20 maggio 2016

My word is different.

Il mio mondo è differente, affermava Georgia O' Keeffe (1887-1986), una delle prime pittrici americane nei primi del Novecento ad affermarsi sia professionalmente che economicamente. Ciò faceva di lei una delle artiste più ricche e fotografate di tutti i tempi. Ebbe una vita straordinaria accanto ad uno degli uomini più influenti nel campo delle arti contemporanee in America e nella fotografia: Alfred Stieglitz.
Georgia, una donna tutta d' un pezzo, ma allo stesso tempo fragile, forte, austera con un grande orgoglioso e una smisurata dignità. Non si è mai piegata agli ambienti conformisti che la circondavano rilegandole il ruolo di ragazzina, donna artista.
"Non ho mai voluto etichettarmi con quella o quell' altra corrente di pensiero, rifiutavo l' interpretazione erotica e freudiana delle mie opere."
Un successo dopo l' altro per la O' Keeffe dal suo precisionismo oggettuale all' astrattismo con i suoi enormi fiori, al realismo magico, verso un' ottica fotografica dovuta all' influenza del compagno e del caro amico Paul Strand. Un' artista sensazionale, un' artista per vocazione. Tracciava le pennellate sui quadri così come scorrevano gli eventi drammatici della sua vita: dalla perdita della madre (blue lines, 1916) al tradimento del compagno di tutta la vita (Papaveri, 1928). Una vita appassionata quella di Georgia O' Keeffe costantemente divorata dalla brama di conoscenze e caratterizzata da un esagerato talento fatto di intuizioni, pure, romantiche, assolute. Durante tutto l' arco della sua lunga vita (ben 99 anni), ha sempre scelto i luoghi, gli oggetti e le sensazioni che le permettevano di essere se stessa. Ogni qual volta la vita della O' Keeffe ha subito un cambiamento è stato per tutelare la sua espressione artistica, non ha mai permesso a niente e nessuno di ostacolarla nella realizzazione di sè. Per questa caratteristica, in quel periodo storico raramente attribuito a una donna si è distinta in quarto artista americana poiché

in lei si manifestavano gli ideali di libertà e indipendenza tipici degli Stati Uniti. Dopo la morte del compagno, che nonostante il tradimento non abbandonò mai, restandogli accanto fino all' ultimo giorno, decise coraggiosamente di ritirarsi a vivere da sola nel posto in cui in quegli anni aveva avvertito di aver trovato "il suo posto nel mondo"-. il deserto del New Mexico all' interno di un oasi di  nativi americani In apparente solitudine poiché spesso circondata di artisti e amici; cullata nell' ultima tenera parte della sua vita da un nuovo compagno che con la sua freschezza ha saputo lenire la compostezza di una donna provata dalla vita. Georgia O' Keeffe ha vissuto i suoi ultimi anni all' insegna delle proclamazioni dei suoi successi ricevendo numerosi premi e riconoscimenti. Dopo lo scandalo sensuale dell' interpretazioni delle sue foto e dei suoi fiori che poi determinò in gran parte il suo successo e la sua notorietà, è riuscita nei suoi ultimi anni ad "aggiustare" le cose riprendendosi un po' di quella dignità che aveva dovuto far tacere in un periodo in cui l' apice del successo non le permetteva di smentire bruscamente (come ha fatto poi) la polemica di una critica androgina e spietata nei confronti delle donne, dei primi del Novecento.




"Il fiore è relativamente piccolo: Ognuno collega una serie di concezioni a un fiore, così mi sono detta, dipingerò ciò che vedo, ciò che il fiore significa per me. Me lo dipingerò grande, per convincere la gente a prendersi il tempo di osservarlo".Georgia O' Keeffe 

Grazia Barnaba

mercoledì 18 maggio 2016

Autostima e apparenza: contano se hai più di venticinque anni.

Quante volte già con l’umore a terra a causa di… ehm.. diciamolo, alle volte a causa di niente, ma semplicemente perché ci siamo svegliate così; le nostre giornate si trasformano in macigni pesanti da trascinare senza senso, attraverso lo scorrere del tempo nella depressione più totale.

 Completamente demotivate, chiunque appare meglio di noi. Sì, anche la panettiera sudata all’ angolo appare più composta di te. Ma queste giornate capitano a tutte e poi noi ci fissiamo con sta storia del tempo che passa e le rughe e le cose dimenticate, insomma sprechiamo il nostro tempo a sentirci vecchi catorci umani quando nel mondo esiste Kim Kardashian che con una circonferenza bacino equatoriale fa la regina del fashion, del glamour, del sesso.
E noi?
 Vogliamo davvero ignorare tutti gli aspetti positivi della meravigliosa facoltà umana del crescere e cambiare?

A ventisei anni sei nella fase in cui l’ età "comincia a farsi sentire": non nel senso di acciacchi o roba varia- ci mancherebbe- ma nel senso che quando ti volti indietro non è più l’ immagine di te sul divano a vedere i cartoni che ti viene in mente, ma sono le immagini delle vecchie amicizie, vecchi legami, vecchie storie, vecchie ossessioni. Insomma, "ti ricordi tot anni fa" comincia ad essere l' incipit di molte conversazioni.
 La vita ti è cambiata;è diventata diversa, sei sbocciata e te ne rendi conto solo così: guardandoti dietro, quello che eri diverso da quella che sei.
 Basta anche solo andare a ritroso nelle tue foto profilo di fb per capire che il viso pulito e innocente di sei o sette anni fa e diventato uno sguardo diverso. Meno ingenuo ma più preoccupato, però più soddisfatto e meno sofferente e questo conta.

Compiere 30 anni significa smettere di soffrire per il semplice fatto di essere. Smettere di infliggerci giochi autodistruttivi, smettere di non avere autostima. Cominciare a cercarla, a saperla vedere.
Appari per come sei e non, come da ragazzina laddove, appari diversa da come sei.
Il mondo adulto paradossalmente ti concede il lusso di essere esattamente come sembri senza che nessuno possa punirti o impedirti niente. Certo rimane il fatto che siamo giudicati, ma questo avviene sempre sin dalla nostra nascita. Impossibile rinunciarci in nessuna fase della vita dell’ essere umano.
Quante cose ti accorgi di scoprire con la consapevolezza del tempo che passa, col senno di poi. E allora cominci a pensare: a quante cose non avresti o avresti fatto per risparmiarti quello o questo dolore, ma a che serve dispiacersi di quello che non sapevamo prima quando possiamo gioire di quello che sappiamo ora!
A venticinque e più passa anni le donne, secondo me, cominciano a diventare favolose: si affermano nel mondo del lavoro, acquisiscono consapevolezza sia emotiva e psicologica (le care amiche vecchie e sagge) e sfoderano con maggior sicurezza il loro corpo; ed ecco che magicamente una taglia M che fa a botte con i codici rigidi delle ragazzine ventenni diventa un arma di seduzione e un “big booty” per una procace trentenne. Punti di vista, ahimè, che solo quando raggiungi la veneranda età o per meglio dire il traguardo del quarto di secolo puoi giovare e sfruttare a tuo favore.
Ci si prende tante rivincite da grandi, soprattutto se tu eri quella grassa e secchiona e loro le popolari bionde e fighe della scuola. È davvero soddisfacente notare quanto sia vera la storia che l’ apparenza non conta, ma solo a vent'anni perché lì sei ancora un bozza o forse meglio un bozzo da cui, se hai faticato abbastanza, complessandoti in gioventù, nascerà una meravigliosa farfalla non più in cerca di conferme nel mondo esterno.
La botta di autostima vera la hai quando, nonostante le giornate tristi grigie e uggiose, ti passa davanti la tipa popolare del liceo cessa sfatta, grassa e che pare la controfigura della tua controfigura dopo un’ incidente.

 Là capisci che il tuo dolore non è andato perso e che sei hai lottato per essere libera non importa quanto questo ti sia costato perché la felicità è vita! :D

Grazia Barnaba.

martedì 10 maggio 2016

QUANDO IL "MIO" TRENO HA FISCHIATO.

Sono veramente poche le volte in cui mi concedo di arrabbiarmi seriamente, questo perchè poi sto male tutto il giorno. Odio arrabbiarmi e far valer le mie ragioni alzando la voce.

 Sono la Signorina DolceMiele per il novanta per cento del mio tempo che comporti un contatto sociale, ma non sopporto chi- senza conoscermi- giudica o, peggio, offende. Questo è l' idiozia di Facebook che permette a chiunque e ripeto a chiunque di interagire con chiunque, anche se non si è concessa la fantomatica amicizia. Ci si può proteggere con le impostazioni sulla privacy, provvedimento che ho già abbondantemente preso. Nulla di stolto appare sulla mia bacheca grazie alla pulizia dei contatti e il fantastico tasto: non seguire più, che ti permette di non cancellare il contatto, ma di evitare che le scemenze altrui appaiano sulla tua bacheca.

Quello che non si può' impedire ahimè è la sfacciataggine e la maleducazione. Purtroppo, portare le persone allo sfinimento con modi apparentemente gentili, ma con un fine offensivo è la particolarità dei meno dotati intellettualmente.

 Quindi io vi chiedo: fare finta di niente o arrabbiarsi?

 Nel primo caso lascio prevalere il raziocinio e attuo la tecnica del silenzio: molto utile appresa negli anni; oppure sbotto e dico quello che penso non solo io, ma tutto il genere umano che si rispetti avrebbe da ridire, quando l' idiozia insulta, anche se sottilmente, il cervello.

 Il problema però è uno.
Come mai, se la reazione della stra-grande maggioranza delle persone sarebbe quella di mandare a quel paese, ergo di arrabbiarsi contro colui che offende, quasi tutti optano per una quasi oserei dire omertosa disgustosa  e falsa tolleranza?

La risposta è nel mio titolo. Quando Pirandello scriveva queste parole cercava proprio di esprimere il suo disagio nei confronti del dover trattenere tutto per il quieto vivere, descrive proprio quel buon costume della tolleranza che come l acqua cheta che rompe i ponti contamina la nostra gente e poi tutta la nostra società.

Il mio treno ha fischiato oggi e anche se porterò a casa un mal di testa e un po' di mal di pancia sono felice di essere viva e di dire quello che penso.

Ma a me non importa di quello che dicono gli altri, si giustificheranno i più pacati.
 Questa è la frase più falsa che possa esserci perchè essendo inseriti in un tessuto sociale gli altri e quello che pensano ci riguardano eccome, ma nessuno si preoccupa di dar forma a questo "altri". Sono tutti interessati solo a portare acqua al proprio mulino possibilmente affossando il prossimo.

 Sapete cos' è strano? Che questo non è cinismo, sarebbe bello se lo fosse, sarebbe almeno qualcosa di vero. Questo è semplice egoismo travestito da falsità e buone maniere.

Grazia Barnaba

mercoledì 4 maggio 2016

L' odore del sangue secondo me.



Nella mia Rubrica Stralci di Libri, potrete leggere una pagina del romanzo postumo di Goffredo Parise: L' odore del sangue. Questo affascinante romanzo raccoglie attualmente molti consensi per la sua forza delucidatrice nei confronti della sofferenza e dei sentimenti. Dei sentimenti, Parise, esprime un punto di vista esasperatamente maschile. La storia di Silvia, sua moglie da vent' anni, e i suoi comportamenti sono continuamente sottoposti alle serrate auto-analisi dell ' alter-ego dell' autore: Filippo. Un personaggio che in me ha davvero suscitato molta pietas.

Filippo tradisce Silvia con una ragazzina da tempo,ma la sua ossessiva ricerca della Verità, che è la sublimazione dei suoi sensi di colpa, comincia alla soglia dei cinquant' anni solo quando sua moglie decide di preferirlo ad un altro ragazzo molto giovane e forte:<con il culto della forza>. La gelosia, questo sentimento che esplode al centro della narrazione, ripetuto e ribadito spesso, in questo romanzo scatena il thanatos freudiano che alimenta la storia. Interrotto il suo edonismo Filippo avverte, come un presagio, che a patire le conseguenze di questo gioco perverso sarà solo Silvia.Vittima inconsapevole di un amore che ha creduto di possedere, ma che invece la possedeva.
Consigliato.
E voi lo avete letto?Cosa pensate?
 Fatemi sapere cosa ne pensate qui nei commenti.

Grazia Barnaba.

domenica 1 maggio 2016

IL DANNO DEL NON DETTO.


Spesso evitiamo di parlare, evitiamo di emozionarci, evitiamo di mangiare, di esserci, di lavorare.

L' inetto sviluppa il suo nido così, inizialmente evitando di scomodarsi nel fare questo o quello e si finisce per non aver più voglia di niente, nessuna voglia. Nemmeno dei confronti della vita stessa.

Questo è il danno del non detto; di tutte quelle parole che avremmo voluto dire, ma di cui ci siamo privati per ragioni svariate, che raramente sono altruistiche, ma ragioni egoistiche e piuttosto insulse.
Svelare noi stessi ci costa tanto.
Concerne la paura, l' invalicabile desiderio di vivere così come si è, senza finzioni, senza azioni o parole da evitare, semplicemente accendendo una semplice condizione per la felicità e per l' amore verso la vita. Quale?
Accettare l' incredibile avventura di essere se stessi.

Grazia Barnaba.